LE DONNE IN GUERRA: LA RICERCA SULLA TRAGEDIA CLASSICA FIRMATA DAL TEATRO ELICANTROPO

di Emanuela FERRAUTO
Dopo lo straordinario successo di Fedra di Seneca, spettacolo allestito nel 2016 e diretto dal regista Carlo Cerciello, il Teatro Elicantropo di Napoli presenta un altro importante lavoro che rivela la riconosciuta attenzione nei confronti del testo classico da parte del regista napoletano. Il processo di analisi e di rivisitazione di alcuni testi della tragedia antica affronta un percorso importante e necessario nel recupero di elementi e di tematiche che gli autori greci e latini hanno reso universali e senza tempo. Lo stesso regista è artefice colto e filologicamente attento nel recupero di tematiche trasferibili e sovrapponibili anche alla situazione bellica attuale. Pur evitando un esplicito orientamento politico o militare, che invece il Teatro Elicantropo sottolinea a favore della difesa dei civili palestinesi, è bene forse considerare l’eguale e terribile mattanza che subiscono entrambi i popoli. Cerciello, in questo caso, recupera uno dei testi più intensi e terribili firmati da Euripide, cioè Le Troiane. Lo scontro tra Achei e Troiani ci accompagna, in maniera fantastica, epica, letteraria e inevitabilmente storica, sin dagli studi scolastici ed è forse uno degli eventi più narrati anche all’interno del Cinema nazionale ed internazionale. La molteplice presenza di personaggi, specificatamente caratterizzati per indole, psicologia, cultura e mentalità, permette un recupero e un adattamento delle loro storie in qualsiasi epoca. Euripide osserva le vicende attraverso i loro occhi, vettori di un’epoca che presenta l’uomo ribelle anche nei confronti della divinità; in particolare le donne euripidee conservano gelosamente nelle loro viscere i caratteri evidenti di una cultura mai dimenticata.
La scena del teatro Elicantropo è caratterizzata unicamente da presenze femminili, le stesse che ritroviamo nelle versioni de Le Troiane recuperate dal regista, ossia quella euripidea, ma anche nell’ Elena e nell’Ecuba di Euripide, nella versione de Le Troiane firmata da Seneca e in quella più recente, del 1964, di Sartre. Lo scontro tra eserciti, ma soprattutto lo scontro tra popolazioni confinanti o collocate negli stessi territori, sembra essere il filo conduttore che unisce la questione Israelo-Palestinese alle motivazioni che portarono allo scontro tra Achei e Troiani. Sartre dichiara il suo riferimento alla questione algerina che portò al conflitto tra il movimento indipendentista algerino e gli occupanti francesi, dal 1954 al 1962. È evidente, dunque, come filo conduttore, l’immagine del conquistatore straniero che sradica dal proprio territorio il popolo sottomesso. La questione che oggi affligge la Striscia di Gaza è molto complessa, molto più articolata rispetto alle motivazioni che muovevano i popoli ai tempi delle vicende che ebbero come protagonisti gli Achei e i Troiani, ma dobbiamo considerare anche la motivazione religiosa che, in qualche modo, ritorna preponderante dall’antichità ai nostri giorni, nonostante il racconto omerico metta in luce la commistione tra le scelte delle divinità e la causa femminile, ossia il rapimento di Elena. Proprio lei compare in scena, in posizione sopraelevata, sfruttando il piccolo spazio del teatro Elicantropo, attraverso una scelta registica che permette scenograficamente anche una netta divisione temporale tra presente e antico. Cerciello presenta un riferimento interessante e sfrontato, ossia Elena in abiti americani anni ’60 che beve Coca Cola. Il riferimento all’America del periodo in cui era al potere Kennedy e al concetto di supremazia militare ed economica, così come all’Imperialismo francese in Algeria e al rapporto burrascoso tra Stati Uniti e Russia, sono tutti elementi che il regista conosce bene e che inserisce sapientemente all’interno di questo spettacolo. Elena-Marilyn Monroe è un’immagine dall’impatto ironico, ma violento, poiché appare come una ragazzina svampita che si ritrova, suo malgrado, coinvolta in un rapimento, in un amore, in un conflitto che distruggerà il popolo troiano. Greci e Spartani si uniscono in una guerra contro Troia che il mito spiega attraverso la presenza di Elena e il suo rapimento, ma che la storia delinea coerentemente attraverso un interesse reale di conquista e di annientamento di un popolo considerato scomodo e debole.
La figura di Elena, che il regista Cerciello reinterpreta con attenzione e ironia, sembra recuperare la sfumatura tragicomica dell’Elena di Euripide, riportandola anche sul palcoscenico contemporaneo e caratterizzando quella natura ambigua attraverso cui è sempre stata descritta la spartana. Anche questo personaggio, in verità, diventa vittima, l’ennesima donna coinvolta nella guerra, la quale cerca di difendersi, prima con ironia e con civetteria, poi con drammaticità, da accuse che lei definisce infondate. Elena, in verità, è l’anello debole di tutta questa storia e Euripide la descrive come una donna inconsapevole delle sue colpe e soprattutto convinta della sua innocenza, ingannata e sfruttata dalle divinità per il loro divertimento.
La porzione di scena collocata nella zona inferiore dello spazio, riporta lo spettatore nel passato: il pavimento è ricoperto di sabbia bianca, di sale e di polvere, ricordando la spiaggia dove si ergono, nere e imponenti, come se indossassero dei coturni contemporanei, Ecuba al centro, Andromaca a sinistra, Cassandra a destra, in attesa del loro destino di schiave. In effetti questa è definita una delle tragedie più statiche e anche la regia rispetta questa caratteristica, sfruttando al massimo lo spazio ristretto della scena dell’Elicantropo. La disperazione delle donne è legata al ricordo della regalità, dei diritti goduti, del proprio popolo, ma soprattutto dei propri uomini. Queste donne appartengono ad un popolo, ad un Paese, ma soprattutto ad una famiglia regale. Emergono riferimenti alla vendetta– ricordiamo Cassandra e il suo viaggio con Agamennone – , all’amore tra madre e figlio, tra moglie e marito, tra regina e re, attraverso lamenti e ricordi che si agganciano ripetutamente all’immagine degli uomini ormai morti.

Lo spettacolo si connette spesso alla versione più recente, ossia quella di Sartre, in particolare nella suddivisione dei lunghi monologhi delle tre donne, sebbene la regia scelga di eliminare tutti i riferimenti scenici e recitativi collegati al Coro, ai corifei e a qualsiasi personaggio maschile, elementi che ritroviamo, invece, nella versione euripidea e senecana (da sottolineare l’intensità e la bellezza del dialogo tra Ecuba e Ulisse, nella versione latina firmata da Seneca, scena che però non è riportata in questo spettacolo). Commovente e intenso è il riferimento al piccolo Astianatte, l’ultimo erede della famiglia regale troiana, che viene scaraventato dalle torri del palazzo e ucciso. La madre Andromaca urla, citando la versione di Sartre:
«Qui giace assassinato il bambino che terrorizzava la Grecia!»
sebbene, nella versione senecana, Andromaca creda ancora che sia vivo e salvo in un nascondiglio, nonostante un sogno premonitore. Il riferimento ai bambini morti o feriti in nome della guerra, si ripete incessante anche nel foyer del teatro, attraverso uno schermo collocato sopra le teste degli spettatori che proietta le immagini della guerra nella Striscia di Gaza, mentre si attende di entrare in sala. Questo è un monito dantesco contemporaneo, che ricorda quando il Sommo Poeta stava per entrare nella «città dolente» e tra la «perduta gente» infernale.
Il riferimento alla contemporaneità accoglie gli spettatori non solo attraverso la proiezione di immagini nel foyer, ma anche attraverso la proiezione di simboli, sul palcoscenico, che ricordano i più pericolosi totalitarismi della storia. La regia sceglie, inoltre, di proiettare sulla scena anche il dialogo di apertura tra Poseidone e Pallade Atena, recuperando la versione di Sartre, che a sua volta recupera quella euripidea, ma con un linguaggio più agile. Atena chiede una punizione per i Greci, poiché Cassandra, rifugiatasi nel suo tempio, è stata picchiata e trascinata da Aiace. Poseidone le chiede perché cambia umore e volontà continuamente, visto che aveva aiutato i Greci a distruggere Troia. Il dialogo ha le sembianze di una chat su whatsapp, il suono della digitazione attraverso smartphone accompagna, in sottofondo, le scelte musicali o sonore. Il capriccio di una ragazza, Atena, che rappresenta quelle divinità antiche, fortemente permeate di difetti umani, scatena ulteriori tragedie. Il simbolo del potere, da quello militare e politico, a quello religioso, sembra opprimere, inevitabilmente, qualsiasi popolo, in qualsiasi tempo.
L’intera compagnia è costituita da donne, eccellente l’interpretazione di Imma Villa nei panni di Ecuba, intensa, addolorata e rabbiosa, così come l’abbiamo sempre immaginata. Le tre giovani attrici, ossia Mariachiara Falcone nei panni di Cassandra, Cecilia Lupoli nei panni di Elena e Serena Mazzei nei panni di Andromaca, accompagnano Ecuba con una straordinaria intensità che emoziona il pubblico. Andromaca, composta e rigida nel suo terribile dolore, Cassandra ribelle e vendicatrice dagli occhi sbarrati verso il futuro, Elena civettuola e ammiccante, bambolina apparentemente inconsapevole, si affanna nella ricerca di una verità e di una difesa inesistenti.
Le musiche di Paolo Coletta, che avevamo ritrovato anche nello straordinario allestimento di Fedra, riproducono sonorità medio orientali, rumori di guerra, effetti sonori stranianti e voci off. Il coro, infatti, e tutti gli interlocutori eliminati rispetto ai testi citati, sono resi aridamente attraverso una voce computerizzata che dà ordini alle donne e che scandisce i loro ultimi momenti in terra troiana, prima di diventare schiave. È doveroso sottolineare l’importanza della morte della giovane Polissena, altra figlia di Ecuba, la più giovane, quasi bambina, morta sacrificata come vergine sull’altare, ma felice di non essere entrata nel letto del nemico. Polissena, però, non appare in questo spettacolo, sebbene sia citata nella tragedia euripidea ed anche nelle versioni di Seneca e di Sartre; costituisce in effetti un personaggio fondamentale ed intenso soprattutto nell’Ecuba, altra tragedia euripidea che è necessario conoscere per comprendere a fondo il dolore di queste donne.
Questo spettacolo è frutto di un lungo studio, di approfondimenti e di comparazioni, letterarie e teatrali, e sottolinea incessantemente il valore dei testi e degli autori che possono essere costantemente recuperati, adattati e riportati in scena, ma solamente con una certa sapienza e consapevolezza.
Foto di Anna Camerlingo
LE TROIANE
Teatro Elicantropo Napoli
11 gennaio-1 febbraio 2024 (con repliche straordinarie)
Anonima Romanzi Teatro Elicantropo
presenta
Le Troiane
in guerra per un fantasma
da Le Troiane, Ecuba e Elena di Euripide
adattamento di Sartre, riscrittura di Seneca
con
Imma Villa, Mariachiara Falcone,
Cecilia Lupoli, Serena Mazzei
costumi Antonella Mancuso
musiche Paolo Coletta
foto di scena Anna Camerlingo
aiuto regia Aniello Mallardo
realizzazione scene Andrea Iacopino
realizzazione costumi Laboratorio Donadio
video editing Fabiana Fazio
assistenti Anna Orabona, Umberto Ranieri, Luca Russo
regia Carlo Cerciello
si ringraziano Cesare Accetta, Roberto Crea