SIAMO TUTTI EXTRA MOENIA. EMMA DANTE E LA SUA POESIA SCENICA

Foto di Rosellina Garbo

a cura di Emanuela FERRAUTO

La drammaturga e regista palermitana Emma Dante definisce così il suo nuovo spettacolo: «una ballata allegorica che mostra le atrocità del nostro tempo». Potremmo chiudere qui questa recensione, poiché nelle parole della stessa autrice è contenuto, con efficacia e sintesi, il discorso complesso che viene riportato sulla scena del Teatro Bellini di Napoli, dall’11 al 16 marzo. Ritorna la drammaturgia firmata da Emma Dante, che si allontana per un momento dallo studio sulle fiabe, sulle favole e su Giambattista Basile, percorso letterario intrapreso negli ultimi anni, e che sceglie di catapultare lo spettatore di nuovo nella visione della contemporaneità. All’interno dello spettacolo Extra Moenia ritroviamo numerose citazioni alla drammaturgia del passato e alle opere più famose firmate da Emma Dante. Il percorso scenico è costruito con maestria attraverso un’allegoria costante che crea microcosmi e piccole storie all’interno di una cornice più grande, così come Basile aveva imparato dallo stesso Boccaccio, costituita dalla narrazione delle atrocità del nostro tempo. Il concetto di “fuori le mura” sta a indicare una visione che segue un percorso ben definito, spesso evidente nel racconto drammaturgico meridionale contemporaneo: partendo da un’osservazione che comincia dentro le mura di casa, in questo spettacolo subito abbattute, si prosegue osservando la vita di quartiere, allargandosi alle strade circostanti, alle piazzette e ai campetti di calcio in cui si scatenano i ragazzi di ogni rione, alle scuole, al mercato, arrivando al centro della città, uscendo fuori dalla propria provincia o regione o Stato, arrivando al mare. Lo spettacolo si chiude proprio a mare, dove questa corsa folle di 60 minuti, durata dell’intero spettacolo, si arena sulla sabbia, nel vero senso della parola. Siamo tutti extra moenia? Sì. Dovremmo considerarci tutti tali, affrontando un discorso più ampio che, nell’ultimo anno e soprattutto negli ultimi mesi, sta proponendo sui palcoscenici italiani la guerra, le migrazioni, la tutela dell’ambiente, il rispetto per la donna e per la famiglia, la ricerca dei valori fondamentali, la politica, il degrado del corpo e la svendita degli ideali.  Siamo certi che Emma Dante non si soffermi su un discorso bigotto e conservatore, bensì stia cercando di svegliare il pubblico, di spronare gli spettatori a ragionare su quanto sia effimero, oggi, il concetto di fuori o dentro le mura, discorso antichissimo, ma affrontato anche negli anni Novanta, all’indomani dell’abbattimento del muro di Berlino, e che oggi dovrebbe essere superato abbondantemente. Le recenti questioni belliche, politiche ed economiche sembrano risollevare ed ergere muri geografici immaginari che attraversano pericolosi ragionamenti sulla difesa e sulle etnie, argomenti importanti che Emma Dante sembra proporre con ferocia ed ironia sulla scena, attraverso la sua firma originale e distinguibile. In questo spettacolo, infatti, la tecnica della schiera e l’attenzione al movimento corporeo sembrano rifiorire, rispolverando e rinnovando con grande energia quanto è stato costruito in passato. La regista riprende  solide fondamenta artistiche per realizzare un discorso attualissimo, in cui la scrittura e la parola sembrano presenti in percentuale minore rispetto all’azione. Il pubblico che riempie il gremitissimo Teatro Bellini mantiene il silenzio ed appare affascinato da tutto ciò che scorre in scena, in un lungo racconto che appare infinito, ma che in realtà è velocissimo. Commozione, pelle d’oca, senso di colpa, sono reazioni che accompagnano il pubblico davanti alle scelte registiche ed interpretative, che rappresentano anche un dono rivolto alla platea da parte dei numerosi e bravissimi attori e ballerini, alcuni giovanissimi, altri già conosciuti in precedenti produzioni firmate da Emma Dante e dalla sua compagnia Sud Costa Occidentale, altri provenienti dalla collaborazione con il Teatro Biondo di Palermo e con Atto Unico – Carnezzeria. 

Il palcoscenico, apparentemente vuoto, diventa la piazza simbolica su cui si muovono numerose storie, molteplici lingue, numerosi dialetti meridionali: dai ragazzi che tifano la squadra del Palermo e rompono il vetro di una vicina, alla stessa donna che subaffitta la sua casa ad una giovane che non riesce a trovare una casa perché gli affitti salgono e le condizioni delle case degradano, ma anche una giovane coppia che rinvia il matrimonio, pur amandosi follemente, e la prostituta ucraina che fugge dalla sua terra, il migrante, l’uomo della guerra, la ferocia del branco maschile contro una donna (ecco perché la visione dello spettacolo è consigliata ad un pubblico maggiore di 16 anni). Questo incedere incessante sul palco vuoto e nero che improvvisamente si illumina di rosso o si riempie di abiti coloratissimi, esplodendo con energia e ripiombando nelle atrocità, accomuna gli uomini, intesi nel senso di “umanità”. Camminano, corrono, giocano, saltano, danzano, improvvisamente marciano militarmente, non si fermano mai, affrontano la morte e la violenza attraverso un viaggio che affrontiamo anche noi, ogni giorno. Gli spettatori vengono trascinati in un turbine visivo e uditivo, ma soprattutto emozionale, che coinvolge tutti, senza distinzione. Ritroviamo riferimenti a Le sorelle Macaluso, a Ballarini, a Misericordia, a Pupo di zucchero, alla Trilogia degli occhiali e alla famiglia della drammaturgia meridionale. Le scelte registiche esplodono attraverso una poesia scenica profondissima e dal fortissimo impatto: un attore di colore cavalca il palco, correndo con le sue lunghe gambe, indossando un’enorme testa di cavallo, attraverso un’immagine antropomorfa di violenza inaudita perché osservato dagli uomini e da un militare, fino a quando non stramazza a terra, esausto, Anche gli abitini di Carnevale di bambini, calati dall’alto,  penzolano, creando un’ immagine luminosissima che ricorda la cultura latina del Sud America e quella siciliana della Festa dei Morti, ma lugubre, se pensiamo che possano essere il ricordo di persone mancate o uccise brutalmente. Ecco il mercato e le donne, con la loro merce coloratissima e le “banniate” dei venditori siciliani, le frasi e le urla ritmiche e cadenzate, tipiche della cultura orale mediterranea, poi interrotte da una schiera di militari, contemporanee Troiane deportate. E poi la scena finale: centinaia di bottiglie di plastica vengono riversate sul palcoscenico e lanciate contro alcuni attori. Lanciate dal fondo verso il proscenico, le bottiglie di plastica schiacciate riproducono il rumore di bombe e di mitragliatrici. Gli attori cadono ad uno ad uno, ma vengono ripescati, salvati, tirati a riva. Tranne uno: il ragazzo di colore, il migrante del Congo, colui che recita in francese. Rimane rannicchiato in mezzo a centinaia di bottiglie di plastica, spuma del mare, acqua che si avvolge attorno al corpo. L’umanità si attiva e indossa salvagenti da bambini, piccolo sogno bambinesco di salvare il mondo, mentre il rumore delle onde si infrange, inesorabile, all’abbassarsi delle luci, prodotto dalla schiera degli attori che trascina i piedi sul palcoscenico, a tempo, spostando le bottiglie di plastica, come nuove onde di un futuro incerto. Pura poesia scenica. 

EXTRA MOENIA
Teatro Bellini Napoli
11-16 marzo 2025
uno spettacolo di Emma Dante
con Verdy Antsiou, Roberto Burgio, Italia Carroccio, Adriano Di Carlo, Angelica Di Pace, Silvia Giuffrè, Gabriele Greco, Francesca Laviosa, David Leone, Giuseppe Marino, Giuditta Perriera, Ivano Picciallo, Leonarda Saffi, Daniele Savarino
luci Luigi Biondi
assistente ai movimenti Davide Celona
assistente di produzione Daniela Gusmano
coordinamento dei servizi tecnici Giuseppe Baiamonte
capo reparto fonica Giuseppe Alterno
elettricista Marco Santoro
macchinista Giuseppe Macaluso
sarta Mariella Gerbino
amministratore di compagnia Andrea Sofia
produzione Teatro Biondo Palermo
in coproduzione con Atto Unico – Carnezzeria
in collaborazione con Sud Costa Occidentale
coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone, Roma

Foto di Rosellina Garbo